Litorio.

scritto da Michele 57
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Autore del testo Michele 57

Testo: Litorio.
di Michele 57

Spesso, gli oggetti che ci attorniano vengono a perdere il loro consueto connotato, per dissolversi nell’indistinto tessuto dell’ambiente che più crediamo esserci familiare. Si tratta di uno spazio composito e quasi informe, in cui le cose smarriscono consistenza e nome, andando a fondersi fra loro, nelle forme di quell’impreciso fondale scenico che compone lo sfondo della nostra più intima recitazione nella commedia della vita.

Un mero capriccio del Fato, proprio questa sera, ha permesso al mio sguardo di posarsi sul dorso annerito di un’opera di Storia Romana, edita agli albori dell’ormai scorso secolo. Mi sono quasi stupito di averla considerata nella sua singolarità, dopo che da molti anni era stata relegata ad elemento di sostegno, nel complesso equilibrio statico di un caotico cumulo di carte, eretto sul limitare estremo di una scrivania.

Nel contemplare il libro chiuso, il fievole eco di una remota rimembranza mi fece sorgere alla mente un nome: Litorio, un oscuro personaggio, poco più di una comparsa, che giunge appena ad animare le pieghe del tragico affresco della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. “Magister militum per Gallias”, al comando delle esauste reliquie di quelle legioni che, quasi cinque secoli prima, avevano conquistato tali contrade, tenta inutilmente di arginare le orde visigotiche, con mezzi, assai probabilmente, del tutto inadeguati, ma, forse, all’Impero non era rimasto nulla di meglio.

Sinceramente ignoro per quale esile tramite il suo nome possa essere giunto sino a noi, dalle caligini del basso impero; può darsi attraverso uno scarno dispaccio recante l’annuncio della sua sconfitta, oppure per il mezzo della breve notazione di una “notitia dignitatum” o, forse ancora, lo avrà tracciato su di una pergamena l’opera di un amanuense, nella cronaca attinta, molti anni dopo, dagli estremi ricordi di un vecchio veterano.

In ogni caso, al di fuori di qualsiasi verosimiglianza storica, così mi piace immaginare la figura dell’antico generale. Cominciamo dal nome; quello di Litorio, già di per sé, costituisce un programma, parendo echeggiare l’entità fisica di quel “fascio littorio”, antico simbolo etrusco del comando, andato poi a simboleggiare l’autorità suprema delle magistrature cittadine dell’Urbe. Questo nome di Litorio, quindi, sembra quasi declinare l’ostinata manifestazione di una fede indiscussa nella potenza, ormai degradata, di una Roma agonizzante, ovvero di un’eroica, quanto inutile, provocazione contro il Tempo e contro la Storia. Pare quasi di sentir echeggiare nell’aria, insieme a quel nome, il suono degli accenti accorati di Rutilio Namaziano, senatore e console contemporaneo a Litorio, che, ancora pagano, rivolgendosi a Roma, Madre degli Dei, così intona: «Proprio ora che calano le tenebre ti voglio cantare … te cantiamo e sempre canteremo (te canimus semperque canemus) … la tua gloria durerà, sin tanto che il cielo reggerà le stelle (dum Polus astra feret) … ciò che non può essere sommerso, con maggiore vigore torna a galla (quae mergi nequeunt, nisu majore resurgunt)».

Tentiamo, ora, di conferire una maggiore consistenza al nostro personaggio. Sicuramente Litorio non doveva essere interamente latino e, dunque, nelle sue vene sarà scorso anche del sangue barbarico; se così non fosse stato, non ci si potrebbe presentare alla nostra immaginazione come così pervaso da quell’entusiasmo che anima i neofiti, sempre così pronti a dimostrare un fervore ed uno zelo superiori a quelli manifestati dai soggetti “più autentici” (un atteggiamento, questo, la cui emersione, ancora oggi, possiamo riconoscere in molte fra le vicende umane); tuttavia, il fatto di aver raggiunto il grado di generale mi pare rivelare l’appartenenza di Litorio ad un ceto abbastanza distinto d’origine italica. Concluderei circa il fatto che il nostro personaggio dovesse appartenere ad una famiglia ascritta all’“ordine equestre” da non più di un paio di secoli e da tempo stanziatasi nelle Gallie, laddove aveva avuto a stringere delle fitte parentele con gruppi gentilizi a lei affini e con qualche rilevante ceppo indigeno.

Di conseguenza, la formazione culturale di Litorio deve aver trovato il proprio corso nell’alveo delle migliori scuole della sua Provincia, nelle quali si andava ad insegnare agli studenti come essere più Romani dei Romani. Per altro verso, il nostro personaggio, nel corso della sua esistenza, non deve aver viaggiato moltissimo; quasi certamente, si sarà recato a Roma, ove avrà risieduto per il massimo di un paio d’anni: quanto bastasse a corroborarlo nella sua fede circa l’eternità della civiltà latina, ma senza riuscire a scorgerne appieno la sopravvenuta caducità.

Dovendogli attribuire un’età nel periodo che lo ha consegnato alla Storia, io me lo immaginerei intorno ai quarant’anni; un condottiero, infatti, non poteva essere di molto più giovane; d’altro canto, nemmeno potremmo invecchiarlo di più, poiché ad un’età maggiore sarebbe dovuta corrispondere di certo una maggiore esperienza e, dunque, sulla base di ciò, il nostro Litorio non si sarebbe impegnato in una battaglia campale che non poteva vederlo vittorioso, ma dopo qualche scaramuccia, giusto per potersi salvare la faccia e l’onore, sarebbe venuto a patti con un nemico così tanto più forte ed agguerrito di lui.

E, per concludere, dopo avergli costruita una fantasiosa immagine, vediamolo sul teatro di quell’unico atto, che ce ne ha tramandata la memoria: il nostro Litorio, anche se, forse, ancora un poco imbevuto di quella retorica celebrativa, retaggio dei suoi studi, non doveva essere uno sciocco e, dunque, me lo immagino, un attimo prima della battaglia, considerare, con uno sguardo pieno di costernata desolazione, l’esiguità delle sue disastrate legioni, così piene di barbari (persino d’Unni!) e di deboli reclute imperiali, arruolate con la forza. Ritengo, tuttavia, che egli abbia avuto a riscuotersi immediatamente da quei cupi pensieri e, forse, recitando nella mente il brano di qualche classico latino che aveva mandato a memoria nella sua scuola di provincia, si sarà mosso dignitoso contro la marea delle orde nemiche, che ormai si profilavano innanzi a lui, tumultuosamente terribili.

Anche se obbligato dai rescritti imperiali ad ufficialmente professarsi cristiano, in quel momento, Litorio avrà probabilmente invocato, nei lacerti del suo cuore, gli antichi Dei e, mentre estraeva il gladio, era pienamente consapevole di come le aquile delle sue insegne, esteriore suggello simbolico dell’Impero di Roma, sarebbero state le ultime a levarsi su di un campo della Gallia.

Litorio non concepì nemmeno per un attimo la possibilità di darsi alla fuga e, da buono stoico, accettò di seguire, sino alla fine, il corso avverso che si profilava nel suo destino. Infine, mentre cadeva al suolo, forse, crivellato dalle frecce o straziato dal fendente di un nemico, si sarà reso ben conscio d’essere stato proprio lui l’estremo difensore dell’Impero in terra gallica, l’ultimo vano propugnatore della vitalità di quel cammino che aveva tracciato Giulio Cesare, all’alba di un giorno ormai remotamente lontano. A questo pensiero, Litorio sorrideva con amarezza, mentre l’esistenza gli sfuggiva, abbandonando le sue membra al freddo della morte.

Sotto sotto, per un certo verso, sento di invidiare un poco il nostro personaggio, che mi è piaciuto d’immaginare così, al di fuori di tutti gli opportuni riferimenti storici del caso: Litorio, l’ultimo propugnatore di un’idea resasi irreale, l’ultimo condottiero romano nelle Gallie.
Litorio. testo di Michele 57
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